Durante il Congresso ecumenico del 2001, Chiara Lubich risponde ad alcune domande. Tra l’altro le viene chiesto:
«A Graz e a Berlino hai sottolineato l’ecumenismo del popolo; a Berlino – dove hai parlato – hai esortato tutti i presenti ad uscire dalla Chiesa della Memoria come unico popolo di Dio, legati dall’amore scambievole. Come si può concretizzare questo legame tra la Chiesa cattolica, le Chiese sorelle e le Comunità ecclesiali, se si devono mantenere le differenze?»
Chiara risponde:
«Noi lì, nella Chiesa della Memoria, avevamo parlato del nostro Movimento e anche del dialogo del popolo e sapevamo che eravamo lì, mi pare una ventina di Chiese, rappresentanti di Chiese, e abbiamo detto: usciamo insieme tutti uno, tutti uno, come fossimo un’unica famiglia e un’unica Chiesa ormai. “Come mai – dice – può essere possibile questo, se bisogna mantenere le differenze?”
La mia idea è questa: che anche per le Chiese e fra le Chiese vale la Parola: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, ed è qui la base fondamentale: te stesso, è il modello; ama il prossimo come te stesso; è il modello. Quindi senz’altro ogni Chiesa deve conservare, deve custodire il proprio patrimonio della fede, non è che lo può trascurare, lo deve sempre custodire e curare, il patrimonio della propria fede.
Naturalmente la Parola va avanti: ama il prossimo tuo come te stesso – quindi ama te stesso – e anche ama il prossimo, quindi bisogna amare anche l’altro.
Mi sembra che la Parola del Vangelo, la legge del Vangelo che più conviene prendere in rilievo, in questo momento, è un’altra e cioè quella legge che ci dice di perdere per trovare, di perdere per trovare. E questo già noi lo facciamo fra i singoli: noi cerchiamo di amare, cioè di vivere l’altro, di scostare noi stessi, lasciar da parte un po’ noi stessi, di vivere, appunto, per l’altro. Ma proprio perché lo facciamo per amore, noi siamo amore, e siccome siamo amore, siamo Gesù, ed ecco che salta fuori la nostra personalità vera, che è Gesù in noi.
Quello che si fa già fra singoli, e voi lo fate anche senza accorgervi, va fatto anche fra le Chiese, bisogna che noi sappiamo stabilire questo rapporto fra le Chiese: saper perdere per trovare; cioè per trovare la personalità, l’identità della propria Chiesa veramente, bisogna saper perdere, saperla scostare, e ascoltare l’altro, l’altra Chiesa e andare a fondo.
[…] Se noi siamo qui di 50, 60 Chiese, è perché qualcosa di questo dialogo s’è fatto: i cattolici con gli altri, gli altri fra di loro; qualcosa s’è fatto, non sareste qui altrimenti. Che cosa vi attira a venir qua? Perché già sentiamo che siamo un popolo solo, siamo uno, che c’è qualcosa… È inutile dire: dialogo del popolo, crearlo il dialogo del popolo. Il dialogo del popolo c’è! Chi è che ha il battesimo? Noi, noi cristiani, e quello è importantissimo! Una cosa fondamentale. Quindi siamo già un popolo, è inutile dire di no. Avremo un pochino litigato, siamo umani; va bene, abbiamo litigato, però adesso abbiamo capito che più che il nostro litigio vale ciò che ci unisce: l’unico battesimo, l’esser tutti figli di Dio.
Abbiamo un Padre solo, siamo un’unica famiglia. Noi siamo uno, siamo, siamo di Cristo.»
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