Giugno 1996

MEDIA E ALLEGATI

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Fini e spiritualità del Movimento dei Focolari

The spirituality and aims of the Focolare Movement

Lublino (Polonia), 19 giugno 1996

Estratto dalla lectio magistralis tenuta in occasione del conferimento a Chiara Lubich  della laurea h.c in Scienze Sociali dall’Università Cattolica di Lublino (Polonia)

(…)

Il Movimento dei Focolari.

Non è facile descriverlo in qualche minuto. Vediamo però subito a quale scopo pensiamo Dio l'abbia suscitato.

Quando esso è apparso nella Chiesa, negli anni quaranta, erano tempi in cui - e loro lo possono capire meglio di altri - si dilatava nel mondo un'ideologia che misconosceva Dio, anzi voleva bandirLo dalla società.

L'odio aveva assunto un ruolo importante per la realizzazione di una società che pure si voleva presentare come progressista1.

L'unità, l'unità dei popoli senza Dio, costituiva l'utopia a cui si voleva credere e per la quale valeva la pena di spendere gran parte delle proprie energie.

Proprio in tale contesto è nato il Movimento dei Focolari, che incentra i suoi obiettivi, le sue finalità esattamente qui: in Dio, scelto addirittura come Ideale; nell'amore, come stile di vita; nell'unità, come esercizio che lega ciascun uomo a Dio, e gli uomini fra loro.

E come si presenta oggi il Movimento dei Focolari?

Esso è una realtà insieme religiosa e civile, che conta più di quattro milioni di persone: due ben legate al Movimento e alle sue strutture, e altre due che ne vivono lo spirito. Persone di ogni razza, lingua, popolo e religione, sparse nel mondo intero, in quasi 200 nazioni. 

I suoi membri sono legati fra loro come fratelli e sorelle dalla carità portata da Gesù sulla terra, o anche semplicemente dall'amore di benevolenza, che tutte le religioni in pratica propongono; amore che è accettato pure da persone indifferenti alla religione, come unico mezzo necessario per costruire la fraternità universale.

Il Movimento dei Focolari - così lo vede Giovanni Paolo II - è un piccolo "popolo", espressione del grande popolo di Dio. E' in marcia, nell'edificazione di una civiltà dell'amore, verso la mèta di un mondo più unito.

Ha una sua spiritualità specifica, comunitaria, e una sua precisa cultura.

Al Movimento dei Focolari aderiscono in maggioranza persone cattoliche di tutte le età e vocazioni; ma anche cristiani di altre Chiese e fedeli di altre religioni.

Né sono da dimenticare i non-credenti, se uomini e donne di buona volontà.

E' un'Opera di Dio e quindi molto ricca. La si può vedere da svariati punti di vista: da quello spirituale a quello apostolico, o pastorale, o caritativo, o associativo, o profetico, o sociale... 

Oggi, almeno in questa prima parte, lo vogliamo considerare soprattutto dal lato sociale.

Il Movimento dei Focolari ha cinquantatré anni di vita: è nato nel 1943.

E quale il suo primo vagito? Quale "la prima scintilla ispiratrice" - come l'ha chiamata ancora Giovanni Paolo II?

Semplice come tutte le cose di Dio.

Durante il flagello della guerra, una ri-rivelazione di ciò che Dio è veramente: Amore.

Egli ci amava immensamente. Egli amava tutti.

Questa la riscoperta, che ci ha fatto sentire Dio vicino, presente in tutte le circostanze della vita.

Questo il primo annuncio a tutti quelli che incontravamo: Dio è qui, Egli ti ama, conta persino i capelli del tuo capo; Egli è morto per te.

E' così che abbiamo creduto all'amore.

Ma all'amore occorreva rispondere. Come? Col nostro amore, che non è certo sentimentalismo vuoto, ma situarsi e vivere sull'onda della sua volontà: "Non chi dice Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio..." (cf Mt 7,21).

E la sua volontà - lo si è capito - è amare.

Lo Spirito (che vorrei chiamare il carisma dell'unità), che iniziava a illuminarci, ci spingeva dunque ad amare.

Ma si poteva amare rettamente soltanto osservando e praticando le Parole di Dio.

Non era possibile prendere nulla, nelle molteplici corse ai rifugi di giorno e di notte per ripararci dalle bombe, ma un Vangelo, un piccolo Vangelo, sì.

E lì, nelle ore d'attesa, la lettura. Erano parole uniche, universali, fatte per tutti.

Abbiamo capito subito che, tradotte in vita, avrebbero suscitato una rivoluzione.

Si leggevano e si vivevano. E il mondo in noi e attorno a noi cambiava.

Pur nel fascino che tutto il Vangelo emanava, fummo colpite soprattutto da alcune parole di Gesù e da realtà che sottolineavano proprio l'amore: amare Dio, amare il prossimo, amarci a vicenda, accogliere la presenza spirituale di Cristo fra noi, come Egli ha promesso dove due o più si uniscono nel suo nome (cf Mt 18,20), cioè nel suo amore; seguire l'Amore più manifesto: Gesù crocifisso; realizzare l'unità, effetto dell'amore reciproco compiuto e non solo con chi è preposto alla Chiesa, ma con tutti ("che tutti siano uno" [Gv 17,21]): quell'unità che come cristiani siamo chiamati a vivere sul modello della Santissima Trinità.

Capimmo l'Eucaristia come generatrice e vincolo di unità; Maria come Madre del bell'Amore e dell'unità; approfondimmo la Chiesa come comunione nell'amore; lo Spirito Santo come l'Amore fatto persona.

In seguito queste parole, queste realtà del Vangelo, che ci avevano particolarmente coinvolte, iniziarono a manifestarsi come le linee di svolgimento di una spiritualità tutta incentrata sull'amore e sull'unità: la spiritualità dell'unità.

Essa - a distanza di decenni - la stiamo scoprendo come un'autentica spiritualità della Chiesa - accanto alle altre più centrate sul singolo e che hanno abbellito la Sposa di Cristo nei secoli. Spiritualità, questa dell'unità, con una nota tutta sua, forse solamente sua: la più radicale, la più intensa comunitarietà.

Si viveva, allora, nella meraviglia e nello stupore, il verificarsi quotidiano delle promesse evangeliche: il "vi sarà dato" (Lc 6,38) per aver dato; "il soprappiù", che puntualmente arrivava per aver cercato il suo Regno; il "centuplo", che regolarmente seguiva chi fra noi aveva lasciato tutto per Iddio.

Ma c'è un episodio di quell'epoca, fra i mille aneddoti che costellavano la nostra vita, che conferma la specifica vocazione comunitaria.

Radunateci un giorno in una cantina, per ripararci dai pericoli della guerra, aprimmo il Vangelo a caso; ed eccoci di fronte alla solenne preghiera di Gesù al Padre, lungo il torrente Cedron, verso l'orto degli ulivi.

"Padre Santo", cominciammo a leggere; e avemmo l'impressione di penetrare quel brano difficile per la nostra preparazione. Ma soprattutto avvertimmo la certezza che per quella pagina del Vangelo eravamo nate, era per noi come la "magna charta" del nuovo Movimento.

Per questa spiritualità comunitaria si posero in comune - in maniera diversificata - fra i molti che ormai ci seguivano, i pochi beni materiali e quelli spirituali, e anche le necessità.

Tale concretizzazione evangelica (si desiderava infatti emulare in qualche modo i primi cristiani, fra i quali non c'erano bisognosi per la comunione dei beni da loro operata), non lasciò gli altri indifferenti.

Infatti dei comunisti si presentarono un giorno nel nostro primo focolare, chiedendoci il segreto di quanto era avvenuto attorno a noi. Affermarono che quanto avevano visto realizzato nella città di Trento, lo avrebbero voluto attuare in tutto il mondo. 

Indicammo su una parete il Crocifisso: non era forse per Lui che ci eravamo amati e ci amavamo fino a condividere ogni cosa?

Ma quel segreto non era per loro che, abbassando il capo, se ne andarono.

Il Movimento cominciò poi la sua rapida espansione, dapprima in Italia, in seguito in Europa, anche nell'Est, e quindi nel mondo.

E ciò per quel "segreto", indicato ai nostri fratelli comunisti. Infatti, in una circostanza - prevista, pensiamo, da Dio - eravamo venute a conoscenza che Gesù aveva sofferto il massimo dei dolori quando in croce aveva sperimentato l'abbandono del Padre: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,46).

Siamo state toccate da questo fatto. E la giovane età, l'entusiasmo, soprattutto la grazia di Dio, spinsero noi, prime focolarine, a scegliere proprio Gesù nel suo abbandono come ideale della nostra vita.

Da allora dappertutto scoprimmo il suo volto: nei dolori del nostro cuore, che ci sforzavamo di amare perché espressione di Lui, e in quelli dei prossimi, specie se sofferenti.

Egli, che aveva sentito il Padre lontano da sé, che aveva sperimentato in sé la separazione degli uomini da Dio e fra loro, fu da noi ravvisato anche in tutte le divisioni del mondo, grandi o piccole: quelle nella famiglia, fra le generazioni, fra poveri e ricchi, in seno alla Chiesa stessa fra le sue varie opere, e poi fra le varie Chiese; e ancora, fra le religioni; e ancora fra chi crede e chi non crede...

Ma - ciò è importante - tutte queste divisioni non ci hanno spaventato; anzi per l'amore a Lui Abbandonato ci hanno attratto. E vedevamo il nostro posto proprio lì dove era il trauma, dove lo spacco.

Da qui i frutti in ogni campo.

(…)

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